
Apparivano disfatti, sudati, con le guance scavate. Le barbe appartenevano a Laurance, Peterszoon e Clive. La faccia di Nakamura era rasata di fresco, ma i capelli neri gli ricadevano umidicci sulla fronte e le orecchie. Solo Hernandez conservava un aspetto inappuntabile. Tutti e cinque, però, avevano la stessa espressione stravolta, mortalmente affaticata.
McKenzie si avviò a passi decisi verso di loro, la sua grossa mano afferrò quella inerte e madida di Laurance. «Benvenuto, Comandante. A tutti voi: bentornati.»
«Ai vostri ordini, Eccellenza. È… bello essere di nuovo a casa.»
«Il viaggio è riuscito?»
Un’espressione dubbiosa trapelò dagli occhi arrossati di Laurance. «Riuscito? Be’, direi di sì. Il nuovo tipo di propulsione ha funzionato meravigliosamente. Abbiamo coperto novemilaottocento anni-luce in un batter d’occhio. Però…»
Daviot mandò un’esclamazione di giubilo. Leeson diede una manata sulla schiena di Jesperson. McKenzie chiese brusco: «Però cosa?»
Laurance si guardò attorno. «È… una faccenda delicata, Tecnarca McKenzie. Forse faremmo meglio a parlarne più tardi…»
«Parlate pure in presenza di questi signori» lo autorizzò McKenzie.
«Benissimo, Eccellenza. Abbiamo compiuto un viaggio liscio come l’olio. Ci siamo infilati dentro e fuori dall’iperspazio ritrovandoci regolarmente nel punto voluto, e nello stesso modo abbiamo effettuato il percorso di ritorno. Solo che, là… fuori, abbiamo incontrato degli… alieni.»
«Avete incontrato degli alieni?»
«Proprio incontrati no. Li abbiamo visti, e ci siamo affrettati a tagliare la corda prima che ci scorgessero. Stavano costruendo una città, Eccellenza. Avevano tutta l’aria di… di trovarsi là per colonizzare il pianeta, proprio come intenderemmo fare noi.»
2
Quattro ore più tardi ebbe luogo una seduta straordinaria convocata da McKenzie. I tredici uomini che governavano la Terra e la sua rete di mondi aggregati si riunirono nella Sala Lunga, al centonovesimo piano del Palazzo dell’Arconato.
