
Cinque minuti prima del momento dell’atterraggio, Jesperson parlò: «L’hanno avvistata nitidamente. Sarà qui in perfetto orario.»
McKenzie si inumidì le labbra, voltando le spalle perché gli altri non potessero scorgere nessun segno di tensione sul volto del Tecnarca. «Quattro minuti. Tre. Due…»
Jesperson conteggiò i secondi alla rovescia… Ed ecco la VUL-XV. Descrisse una parabola discendente in una scia di fiamme dorate, e venne a fermarsi proprio di fronte a loro, abbassando gli stabilizzatori e gli argani d’atterraggio. Gli addetti alla decontaminazione erano già al lavoro sul campo. Si aprì il portello.
Alcuni uomini ne uscirono.
McKenzie li contò. Uno, due, tre, quattro, cinque. Nessuna perdita, dunque. Da quella distanza, circa ottocento metri, non riusciva a distinguere le facce, comunque, cinque uomini erano partiti verso le stelle e cinque ne erano ritornati. I loro nomi cantilenavano una specie di filastrocca nella mente del Tecnarca. Laurance, Peterszoon, Nakamura, Clive, Hernandez. Hernandez, Clive, Nakamura, Peterszoon, Laurance. Peterszoon, Nakamura…
Ora avanzavano attraverso il campo, si dirigevano verso la cupola. Quando furono più vicini, McKenzie notò che tre di loro si erano lasciati crescere la barba. Ripensò al giorno in cui si erano trovati tutti in quello stesso lo cale, per gli addii ufficiali che McKenzie, in cuor suo, aveva creduto definitivi. Invece, erano tornati. Tutti.
Il Tecnarca. si rivolse a Jesperson: «Ordinate che l’equipaggio si presenti subito qui, a rapporto.»
«Ricevuto, Eccellenza» disse Jesperson e parlottò in un microfono. Qualche attimo dopo, la porta si dissolse aprendosi, e l’equipaggio della VUL-XV fece il suo ingresso: Laurance, Peterszoon, Nakamura, Clive, Hernandez.
