
Non si provava alcuna sensazione.
Il Tecnarca McKenzie venne disintegrato, una corrente di piccole onde venne lanciata attraverso metà del globo, e il Tecnarca McKenzie venne ricostituito. Se l’attimo della disintegrazione fosse stato impercettibilmente più lungo, il dolore sarebbe stato insopportabile. Ma il campo transmat disintegrò il corpo del Tecnarca molecola per molecola, in frammenti così infinitesimali di microsecondo che il sistema nervoso dell’uomo non avrebbe potuto in alcun modo trasmettere il dolore. E la reintegrazione avvenne con pari velocità. Intero e indenne, McKenzie uscì dal campo solo qualche istante dopo, e si ritrovò nella cella transmat del porto spaziale dell’Australia Centrale: dove un tempo si stendeva lo sterile deserto di Gibson adesso c’erano le più attrezzate piste di lancio e di atterraggio della Terra.
A New York mancava poco a mezzogiorno. Là, invece, era l’alba del mattino seguente. Un orologio murale segnava le 2,13 quando McKenzie lasciò la cella transmat.
Lo riconobbero subito. La sua figura imponente e massiccia era nota a tutto il personale del porto, e tutti accorsero a riceverlo. Erano un gruppetto di scienziati dai nervi tesi. McKenzie rivolse un sorriso da Tecnarca a Daviot e Leeson, che avevano perfezionato il sistema di propulsione della nave sperimentale; a Herbig, Comandante del campo; a Jesperson, coordinatore delle ricerche per i viaggi a velocità ultra-luce.
