
McKenzie aveva scritto quelle parole quindici anni prima, nel 2765, e le aveva pronunciate nel primo discorso dopo il suo avvento all’Arconato.
E adesso un’astronave aveva raggiunto le stelle ed era tornata in meno di un mese. Cioè, forse… Poteva sempre dubitare che avesse viaggiato fino all’orbita di Plutone, e in seguito a un guasto avesse ripreso alla meglio la via del ritorno. Comunque tra poco avrebbe saputo.
McKenzie si alzò, attraversò lo studio pavimentato di lucido marmo, una vergognosa stravaganza, secondo il suo austero modo di pensare, ma non aveva presieduto lui all’arredamento di quel locale; attraversò un ingresso circolare, iridescente, ed entrò nella cella «transmat».
Là dentro l’aspettava Naylor, un ometto ossequioso che indossava la severissima tenuta degli addetti alla persona del Tecnarca. «Le coordinate sono a posto, Eccellenza.»
«Le avete controllate?»
«Certo, Eccellenza. Le ho calcolate accuratamente due volte.»
«Bene. Lasciate il campo aperto per il mio ritorno.»
McKenzie fece un passo avanti. L’iridescenza verdastra del campo transmateriale salì in un vivido tremolio da una apertura del pavimento, formando una cortina che divideva la cella in due. I generatori del campo transmateriale, detto semplicemente «transmat», erano collegati direttamente al generatore principale che girava incessantemente sul suo asse, in un punto sul fondale dell’Atlantico, per condensare la forza teta, cioè la forza che rendeva possibili i viaggi transmateria.
