
«Quali notizie dall’astronave?» s’informò McKenzie.
Jesperson sorrise contento. «Hanno trasmesso l’OK cinque minuti fa. Sono in un’orbita di decelerazione, stanno scendendo, e l’atterraggio avverrà alle due e trentatré precise.»
«E il viaggio?»
«Pare proprio che l’abbiano fatto tutto: andata e ritorno» rispose Leeson, nel suo roco tono baritonale.
«Però non lo sappiamo con certezza» precisò Daviot.
«Insomma, sì o no?» disse McKenzie accigliato.
Rispose Daviot: «Sappiamo solo quello che hanno comunicato. Riferisco letteralmente: Abbiamo commutato dalla warp-drive alla plasm-drive ieri sera, nei pressi dell’orbita di Giove.»
«Ma questo significa appunto che la warp-drive ha avuto successo, no?» chiese Leeson.
«Significa solo» replicò, con fare pignolo, Daviot «che sono riusciti a passare da un tipo di propulsione all’altro, e non che la propulsione del primo tipo li abbia necessariamente condotti da qualche parte.»
«No, ma…»
«Ora basta, Daviot!» ordinò Jesperson, che aveva scorto un’espressione di noia sul volto del Tecnarca. «Tra venti minuti sapremo tutto.»
«Ma il Tecnarca ci teneva a sapere…» cominciò Daviot, poi lasciò la frase a mezzo.
McKenzie si guardò attorno. Stavano accanto al tetto di una grande cupola trasparente che ricopriva centinaia di acri. Fuori, sullo spazioporto, la temperatura era torrida, perfino adesso che si era alle prime ore del mattino. All’interno, i condizionatori silenziosissimi mantenevano un’atmosfera più confortevole.
Il Tecnarca guardò in su, oltre la cupola trasparente. L’aria limpida del deserto garantiva una vista stupenda della volta celeste. Le stelle punteggiavano il buio come gemme scintillanti, e la Luna inondava il paesaggio col suo chiarore latteo. Sulla superficie bruciacchiata del campo, uomini correvano qua e là, affaccendati, preparando l’atterraggio per l’astronave che dal cielo doveva tuffarsi verso il cuore dell’Australia.
