«Ma sono appena tornati da una spedizione durata un mese» protestò l’Arconte Wissiner. «Questi uomini hanno una casa, una famiglia. Non potete farli ripartire immediatamente!»

«Proponete forse di rischiare la nostra unica astronave a velocità ultra-luce affidandola a mani inesperte?» ribatté McKenzie. «Se l’Arconato è d’accordo, presenterò prima di questa sera un elenco di persone che mi sembrano adatte per negoziare con gli stranieri. Una volta riuniti gli esperti, l’astronave potrà ripartire subito. A ogni buon conto, lascio decidere a voi.»

McKenzie riprese il proprio posto. Seguì un dibattito breve e privo di convinzione. Sebbene più di un Arconte deplorasse in cuor suo i metodi drastici del Tecnarca, ben di rado qualcuno si azzardava ad opporsi, quando si arrivava al momento del voto. Troppe volte, in passato, McKenzie aveva dimostrato d’avere ragione perché gli altri osassero metterglisi contro.

Lui sedeva, taciturno, ascoltando la discussione e prendendovi parte solo di tanto in tanto, quand’era indispensabile. I suoi lineamenti non lasciavano trasparire niente dell’amarezza che si era accumulata in lui dal momento in cui la VUL-XV era atterrata. Tutta l’esultanza per il recupero della preziosa astronave si era dissolta non appena saputa la novità.

Razze estranee che costruiscono colonie, pensava avvilito. L’Universo, il suo giocattolo scintillante, aveva perso ogni fulgore nella sua fantasia; s’era arrugginito e annerito. Aveva sognato una miriade di pianeti in attesa dell’Uomo. Aveva sognato un’intera umanità che sciamava nello spazio in cerca di nuovi mondi da conquistare. Bisognava dire addio a questi sogni. Dopo centinaia di anni, ecco che ci si era imbattuti in un’altra specie. Quali che fossero le capacità degli «altri», la loro presenza costituiva di fatto una limitazione per il genere umano: una parte dell’Universo era preclusa all’uomo. Di fronte a questa eventualità, McKenzie si sentiva diminuito, depresso.



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