Non c’era altro da fare che negoziare, salvare almeno una porzione di infinito per l’impero della Terra.

McKenzie sospirò. L’uomo più qualificato per andare a trattare con gli estranei era proprio lui. Ma la Legge Terrestre proibiva a un Arconte di lasciare il pianeta. Solo rinunciando all’Arconato McKenzie avrebbe potuto accompagnare la commissione per i negoziati, e una rinuncia simile McKenzie non poteva nemmeno prenderla in considerazione.

Aspettò, impaziente, che il dibattito si avviasse verso una conclusione già scontata. Avrebbero finito col cedere, naturalmente, ma bisognava lasciarli parlare. Ancora un poco. Almeno, fino a quando Dawson avesse finito di domandarsi se quell’espansione del genere umano oltre i confini della sfera presente fosse finanziariamente una buona speculazione; fino a quando Wissiner avesse finito di valutare il pro e il contro di quei negoziati; fino a quando Croy avesse esaurito l’obiezione che forse l’altra razza si stava estendendo nella direzione opposta; fino a quando Klaus avesse finito di suggerire, sia pure in modo velato, che la soluzione più rapida poteva venire da una guerra immediata, e non dai negoziati.

E le parole rimbalzarono di bocca in bocca lungo i due lati della tavola, finché ciascun Arconte non si fu liberato dei propri dubbi personali. E intanto ai cinque piloti spaziali, stanchi ed esausti per il viaggio, veniva offerto lo spettacolo insolito della suprema oligarchia terrestre che si accapigliava. Alla fine, il Geoarca dichiarò con la voce tremula e incerta: «La proposta è ai voti.»

Ogni Arconte manovrava un commutatore nascosto sotto la sua sezione di tavola. Verso destra per approvare, verso sinistra per fare opposizione. Al di sopra della tavola, un globo trasparente registrava il responso segreto. Bianco, responso positivo Nero, negativo.



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