
McKenzie fece un gesto, e Laurance si alzò: figura alta e snella, bene eretta al centro della stanza.
I cinque uomini d’equipaggio sedevano di faccia agli Arconti, la cui tavola rettangolare si trovava su una piattaforma rialzata.
Quei cinque uomini, a quanto avevano detto, non dormivano da più di trentasei ore, ma il Tecnarca non aveva esitato a convocare subito gli Arconti in seduta straordinaria, e quindi Laurance e i suoi uomini non avevano avuto modo di concedersi un po’ di riposo. Avevano avuto appena il tempo di tagliarsi barba e capelli, di lavarsi e di rimettersi in forma con degli stimolanti.
Laurance continuò ad avanzare finché venne a trovarsi a cinque o sei metri dagli Arconti. Era sulla quarantina, capelli folti e ricciuti che cominciavano appena a ingrigire, e un volto scarno e ossuto che in quel momento rifletteva la tensione sofferta durante l’ultimo viaggio. I suoi occhi, d’un grigio pallido, avevano una luce calda e pacata, stranamente in contrasto con la prontezza dei suoi riflessi mentali, e la muscolosa agilità della sua persona.
Parlò pesando bene le parole, con voce profonda e solenne. «Eccellenze, venni scelto da voi per comandare la prima nave interstellare Daviot-Leeson con equipaggio umano. Lasciai la Terra coi quattro uomini che vedete dinanzi a voi. Viaggiando a una velocità costante di grado interplanetario, raggiungemmo orbita di Plutone, la zona di sicurezza assegnataci, e da quel momento applicammo la propulsione Daviot-Leeson.»
«Lasciato l’Universo normale a una distanza di circa quaranta unità astronautiche della Terra, seguimmo la nostra rotta precalcolata per diciassette ore, fino a raggiungere la posizione stabilita. Facendo uso nuovamente della propulsione Daviot-Leeson, rientrammo nell’Universo normale e scoprimmo di avere effettivamente raggiunto il nostro obiettivo, ovvero la stella NGCR 185143, a una distanza media di novemilaottocento anni-luce dalla Terra.
